Diego Alfò, il ragazzo che corre più veloce della scuola: la sfida di un talento siciliano
A 14 anni ha già tre A‑Level e i titoli per iscriversi all'università: la storia di Diego, plusdotato di Avola, mette in luce punti di forza e limiti del sistema scolastico italiano e le scelte che attendono lui e la sua famiglia.
La storia di Diego Alfò parte da un piccolo comune del Sud, ma racconta problemi e opportunità che riguardano l'intero sistema educativo. Nato a Noto e residente ad Avola, Diego ha 14 anni e un curriculum che provoca ammirazione e domande: salto di classe nelle elementari, frequenza anticipata di lezioni di liceo scientifico a 11 anni, tre esami internazionali Cambridge A‑Level superati in inglese — Matematica Pura, Matematica Avanzata e Fisica — e una passione per gli scacchi che lo ha portato a rappresentare la Sicilia in competizioni nazionali.
Da subito emerge il primo elemento della vicenda: l'incidente scatenante non è un evento drammatico, ma la necessità di non lasciare spegnere un talento. I genitori, mamma Laura e papà Giuseppe, raccontano che da bambino Diego rischiava di perdersi in un sistema che procedeva troppo lentamente per le sue capacità. Una maestra propose il salto dalla terza alla quinta elementare: per la famiglia fu una boccata d'ossigeno. La scelta successiva di un percorso formativo internazionale (gli A‑Level) si è rivelata la via per aggirare i limiti normativi nazionali — «È concesso un solo salto di classe» dissero le istituzioni scolastiche — e dare al ragazzo l'opportunità di progredire.
La vicenda raggiunge il suo climax nella fase degli esami. Per sostenere l'A‑Level di Fisica Diego ha viaggiato fino a Lucca, dopo una preparazione intensa supportata dall'istituto Matteo Raeli di Noto: il dirigente scolastico Concetto Veneziano, la professoressa Caterina Schipilliti e l'assistente di laboratorio Piero Spataro hanno messo a disposizione il laboratorio per simulazioni e prove pratiche. Superata anche questa prova, Diego ha acquisito i requisiti che in molti Paesi valgono l'accesso diretto all'università. A livello locale l'Amministrazione comunale di Avola, con la sindaca Rossana Cannata, ha riconosciuto il percorso con una borsa di studio e attestati di stima: «È impossibile non rimanere colpiti dalla serenità con cui affronta sfide così grandi», ha dichiarato la sindaca.
Eppure il traguardo non è ancora definitivo: qui si apre la tensione centrale della storia. Non tutti gli atenei sembrano pronti ad accogliere uno studente di 14 anni con titoli internazionali; alcune università chiedono ulteriori chiarimenti o mostrano dubbi di carattere amministrativo e valutativo. La famiglia, che preferisce valutare con calma, si trova quindi a negoziare non solo il futuro accademico di Diego, ma anche il riconoscimento formale di percorsi non convenzionali. In parallelo c'è un dibattito più ampio: come gestire studenti plusdotati — gifted — che completano programmi standard in anticipo e necessitano di flessibilità senza essere privati della socialità e della tutela educativa.
Il caso di Diego solleva almeno tre questioni concrete. Primo, la necessità di percorsi flessibili che permettano di accelerare gli studi senza interrompere il percorso sociale ed educativo del ragazzo. Secondo, l'importanza del riconoscimento formale dei titoli internazionali e della loro compatibilità con i regolamenti universitari nazionali: un talento che acquisisce certificazioni riconosciute a livello mondiale non dovrebbe trovare barriere amministrative improprie. Terzo, il ruolo della comunità locale: istituzioni scolastiche e amministrazioni comunali possono fare molto con risorse modeste — come ha dimostrato Avola con la borsa di studio e il Raeli con il supporto tecnico — ma servono linee guida nazionali chiare.
Ci sono anche aspetti umani che rendono la storia meno romanzata e più realistica. Diego ha scelto il liceo classico non per sfuggire alle scienze, ma per arricchire il suo metodo di ragionamento studiando latino e greco; gli scacchi e il cubo di Rubik sono segni di una curiosità poliedrica che non si esaurisce nei voti. A casa, con il fratello Seby e la sorellina Morgana, la vita quotidiana resta «normale»: la famiglia racconta come la scelta educativa sia stata sempre guidata dall'equilibrio tra tutela affettiva e stimolo intellettuale.
Le conseguenze pratiche del percorso di Diego sono già visibili: oltre alla possibile iscrizione universitaria anticipata, c'è un messaggio politico ed educativo. Far correre un ragazzo «più veloce» degli altri non è un favorire l'élite, ma una questione di coesione: evitare dispersione, investire in talenti che possono contribuire alla società e combattere la fuga di cervelli. Le istituzioni scolastiche, nazionali e locali, dovranno fare i conti con casi come questo per tradurre flessibilità e riconoscimento in regole chiare e sostenibili.
Oggi Diego è ancora un ragazzo che ama studiare, giocare e imparare. Sta valutando con calma l'eventuale ingresso all'università, sostenuto da genitori e insegnanti. La sua storia, però, ha già un effetto più ampio: mette in evidenza punti di forza — la dedizione della famiglia, la disponibilità di docenti e dirigenti, il senso di comunità — e punti deboli — regole poco adatte a percorsi non lineari e la prudenza di qualche ateneo. Se il sistema saprà adattarsi, Diego resterà una storia di successo; se no, rischia di diventare un campanello d'allarme su quanto sia difficile conciliare talento e burocrazia nel Paese.
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